mercoledì 29 maggio 2013

Chi vuole davvero una scuola aperta?

Si predica tanto di una scuola aperta, multiculturale, capace di aprirsi ad una pluralità di valori e dispiegata verso un orizzonte europeo e globale.

Benissimo, tutto molto bello.

Mi si dovrebbe spiegare, però, come si fa a conciliare questa prospettiva con:

  • autonomia scolastica / apertura al territorio - ci vogliamo aprire all'Europa o al quartiere di casa? se ci si pone il problema di calibrare l'offerta formativa in funzione delle richieste specifiche del contesto culturale ed economico in cui si vive, ciò non comporterà una prospettiva schiacciata?  non corrisponderà a trascurare quelle competenze che rendono invece un soggetto in grado di muoversi e di adattarsi in contesti diversi?

  • la mancata affermazione nell'educazione pubblica della centralità del paradigma scientifico - non è sulla base di questo paradigma che è possibile la comunicazione? non è sulla base di questo ben preciso approccio alla realtà (variamente declinato a seconda delle varie discipline), che è possibile superare i punti di vista individuali in funzione di un punto di vista (una teoria) accettato a livello collettivo? e allora come si fa ad essere aperti e dialoganti, se si ignorano i risultati e la storia dello sviluppo scientifico?

E per cortesia evitiamo il solito salomonico e ipocrita perbenismo, per cui "bisogna essere aperti al proprio territorio, ma anche al mondo", "bisogna arrivare a sapere le cose, ma attraverso la costruzione condivisa, non un'imposizione gerarchica".

L'ovvio lo sappiamo dire tutti: non c'è dubbio che sia meglio una moglie bella, simpatica e ricca, di una brutta, antipatica e grassa.

Diceva sempre un mio professore: «Il tempo è poco, il programma è lungo».
Banale forse.
Ma vero.

Fingere che non sia necessario indicare delle priorità non aiuta nessuno.

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