Qualche amico mi ha confessato la segreta tentazione di votare sì al referendum costituzionale, sperando con questo voto, una volta tanto, di dare una scrollata alle pachidermiche reazioni della politica italiana. Tutto sommato - è il ragionamento - se non cambiamo qualcosa questa volta, non ci ricapiterà molto presto di poter dare una qualche scossa al sistema: e dunque - c'è da presumerlo - le cose continueranno ad andare a rilento, come sono sempre andate negli ultimi anni. Meglio un giorno da leone, che una vita da pecora.
Questa argomentazione fa il paio con un'altra che va per la maggiore: bocciando la riforma costituzionale si manterrebbe inalterato lo status quo, il blocco di potere fatto di veti incrociati che avrebbe ingessato la politica italiana fino ad oggi. In pratica sarebbe una piccola parte del paese, arroccata sui suoi privilegi, quella che avrebbe interesse a non cambiare nulla e che perciò diffonderebbe messaggi disfattisti sul valore della riforma, al fine di dissuadere gli elettori dall'aprirsi alle novità.
Entrambe queste posizioni, che punzecchiano gli italiani sul nervo scoperto del loro tradizionale conservatorismo, facendo leva sulla paura della paura (meccanismo magistralmente descritto da Il Pedante), hanno in comune di predicare un cambiamento fine a se stesso, senza cioè che si discuta dell'obbiettivo da raggiungere, ma solo della necessità di muoversi.
Dal momento però che un cambiamento è positivo - tautologicamente - solo se si cambia in meglio (e non se si cambia in peggio), è evidente che occorra scartare qualsiasi analisi che non si preoccupi di approfondire; perché vuole far leva sulla sfera emotiva e non su quella razionale. Essa rivela, anzi, un sottile disprezzo per le persone a cui è rivolta, quasi che queste non potessero essere in grado di giudicare nel merito e dovessero accontentarsi di pacche sulle spalle motivazionali.
Non occorre dunque riflettere molto a lungo per smontare questi che non sono nemmeno argomenti, ma slogan. Come la pubblicità di una bibita gassata non è un trattato di dietologia, ma deve solo innescare gli stimoli della sete attraverso opportune suggestioni visive; così questi non possono essere definiti motivi validi per votare sì, ma solo tentativi di suscitare determinate reazioni istintive facendo leva su meccanismi psicologici conosciuti.
All'opposto chiunque intuisce che un elettore medio, dotato di intelligenza e cultura media, deve poter giudicare nel merito: e se le argomentazioni che gli vengono offerte evitano accuratamente di entrare nel merito, esse non dovrebbero essere nemmeno prese in considerazione.
Nel mondo a cui siamo abituati pare normale che il cittadino venga blandito o spaventato innescando i suoi istinti più elementari, anziché aiutato con una ricostruzione accurata e obbiettiva delle scelte a sua disposizione. Eppure basterebbe domandarsi solo per un attimo: qual è il senso di votare in un referendum? Non dovrei semplicemente farmi un'idea sul tema del quesito e poi decidere cosa penso sia più giusto?
Certo che è così.
Dunque non è cambiando per cambiare, senza conoscere quello per cui voto, che interpreto la democrazia in modo proprio.
Da qualunque schieramento provengano simili suggestioni mediatiche, esse andrebbero rifiutate. In generale qualsiasi argomentazione che non entri nel merito, o che non aiuti a ricostruire il contesto in senso ermeneutico, andrebbe rigettata.
Ciò detto, tuttavia, bisogna pur ammettere che l'idea che approvare la riforma costituzionale serva ad abbattere lo status quo è geniale e merita di essere sviscerata nella sua esilarante impertinenza. Sostenere che il potere sia nelle mani di quelli che fanno campagna per il no, facendo riferimento presumibilmente a certi grandi vecchi della politica come D'Alema, significa operare un capovolgimento della realtà che ha del fenomenale.
Al contrario è evidente a chiunque che non può essere il volere di un gruppo minoritario di politicanti a rappresentare un serio ostacolo al cambiamento.
Un politico deve sempre avere un sostegno esterno; sarà sempre il referente di un certo tipo di interessi, che si riferiscano a una certa fetta dell'elettorato o (più probabilmente) a organizzazioni influenti. In ogni caso non sopravviverà a lungo, se si comporta da scheggia impazzita.
Pertanto l'idea che pochi individui isolati abbiano costituito negli anni un blocco refrattario al cambiamento e che sia necessaria una riforma della Costituzione, e l'enorme sforzo propagandistico ad essa connesso, per riuscire a scardinare le loro posizioni di privilegio è totalmente assurda.
Il vero status quo è costituito da chi ha detenuto negli ultimi anni il potere reale: e costoro sono tutti favorevoli alla riforma di Renzi.
Sono favorevoli gli imprenditori e la confindustria.
Sono favorevoli le grandi agenzie di rating internazionali.
È favorevole la politica europea.
È favorevole la Germania.
Sono favorevoli gli Stati Uniti.
È favorevole anche la maggioranza del Parlamento italiano.
Certo, la scena politica si divide come è normale che sia: chi supporta il governo vota a favore delle riforma voluta dal governo; chi non lo supporta (o chi intravvede un'occasione per regolare beghe interne al partito) naturalmente vota contro. Deprecabile, forse: ma coerente.
Questo però cambia qualcosa rispetto a uno schieramento così vasto di poteri politici, economici, e finanziari, in Italia e all'estero? Crediamo davvero che rispetto a questi, che hanno fatto e disfatto governi negli anni passati, il vero status quo sia... D'Alema?
Lascio a voi di decidere.
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