venerdì 26 agosto 2016

Critica dell'idealismo di Ventotene

Dobbiamo liberarci dal nostro catalogo di simpatie e antipatie,
di schemi verbali ai quali aspettiamo che si conformi la realtà,
delle fantasie in cui ci ritiriamo quando fatti non corrispondono 
alle nostre aspettative.

«Intellettuali di tutto il mondo, unitevi! 
Non avete niente da perdere, se non il vostro cervello».

Aldous L. Huxley

PREMESSA

Il progetto europeo sta naufragando tra il montante scetticismo e la stanchezza dei popoli europei. Eppure pochi, anzi pochissimi, sono coloro disposti a buttare a mare quanto fatto fin qui. Sembra che anche i critici più decisi non riescano a sottrarsi dal dispensare consigli per tenere in vita un ideale politico che oggettivamente ha fatto più male che bene.

L'ultimo in ordine di tempo è il premio nobel per l'economia Joseph Stiglitz, che (stando a quello che emerge dalle recensioni del suo ultimo libro) vorrebbe riformare profondamente l'euro per evitarne l'ormai prossima dissoluzione, pur ammettendo la pesante responsabilità della moneta unica nell'attuale crisi attraversata dal continente.

Le ragioni di un simile accanimento terapeutico, che ha contagiato anche uomini di scienza e che ci fa dubitare di quest'epoca e della sua sedicente razionalità, sembrano inspiegabili, se non ricorrendo a un clamoroso abbaglio collettivo. Eppure esiste una giustificazione palese a cui si appellano reiteratamente gli intellettuali nel tentativo di dare un senso al loro cieco afflato europeista: l'Unione Europea è un progetto di pace.

Essa servirebbe a evitare le guerre che hanno a lungo flagellato il continente; e questo fine, questa “buona intenzione”, basterebbe a giustificare ogni sforzo atto a mantenere in piedi le attuali istituzioni comunitarie, dando all'occorrenza un contributo per migliorarle, ma senza che si pensi lontanamente di eliminarle: altrimenti – par di capire – le nazioni europee ripiegherebbero immediatamente verso le vecchie, bellicose abitudini.

L'espressione più alta di questo sedicente progetto di fraternità – ci dicono i “progressisti” che hanno colonizzato l'informazione mainstream – è il famoso Manifesto di Ventotene, scritto durante la seconda guerra mondiale, dal confino sull'isola pontina, da un gruppo di intellettuali antifascisti (Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e la moglie di questo, Ursula Hirschmann).

Il libello, benché lungo appena una decina di pagine e nonostante l'enorme rilevanza ideologica che gli viene attribuita, è stato letto però da pochissime persone. O per lo meno, tra tutti coloro che ne fanno un feticcio, squadernandolo in giro come la quintessenza della loro visione politica, pochi ne hanno capito davvero il contenuto; ché altrimenti la maggioranza si guarderebbe bene dal mischiarsi con un ideale così naif e nel contempo così pericoloso.

In effetti il Manifesto di Ventotene, questo refugium peccatorum di tutti gli inguaribili europeisti dei nostri giorni, è un documento che all'orecchio del lettore di oggi, purché abbastanza smaliziato da non identificarsi in toto con la retorica imperante, dovrebbe stonare sotto ogni punto di vista: sia perché è già stato contraddetto dalla Storia per quanto riguarda la sua concezione internazionalistica e il suo afflato messianico-rivoluzionario, sia perché, al contrario, è già stato recepito dalla nostra Costituzione in quelle che sono le sue tendenze più autenticamente progressiste (e che pure – paradossalmente – costituiscono quella parte del testo che ai nostri “europeisti” non piace troppo venga ricordata).

È forse giunto il momento, allora, di sottoporre a seria critica l'ideale politico di Ventotene, per togliere anche l'ultima foglia di fico a quello che, in fin dei conti, è semplicemente un progetto imperialista e classista, decisamente d'ostacolo, anzi, a quello che pure di buono era presente nelle intenzioni originarie di Spinelli, Rossi e Colorni.

NAZIONALISMO O LOTTA DI CLASSE?

Mettere in luce le contraddizioni insite nel cuore programmatico del Manifesto non è impresa particolarmente ardua. Le prime due sezioni, infatti, dedicate a delineare quella concezione europeista e internazionalista che ha reso famoso il testo, sono piuttosto brevi e si possono riassumere facilmente senza perdere granché.

In sostanza il mondo dei “padri nobili” dell'Europa è un mondo di lotta di classe, dove i privilegiati ambiscono a conservare le loro posizioni di privilegio a scapito di tutti gli altri. Secondo questa concezione, lo stato nazionale è un rimedio utile soltanto in una prima fase, come culla per la nascita di istituzioni democratiche che garantiscano i deboli contro i più potenti; ma in una seconda fase, col trascorrere del tempo, esso fatalmente finisce per degenerare, poiché non può impedire alle élite di organizzarsi, conquistare le leve del potere e darsi al militarismo. I fascismi e i totalitarismi, che all'epoca del Manifesto avevano trascinato il mondo in guerra, sarebbero dunque l'espressione plastica della vittoria delle forze reazionarie.

Fin qui nulla di particolarmente rilevante: si tratta di una visione forse non molto profonda, ma certo abbastanza comune. Quello che lascia sconcertati, però, è la soluzione proposta subito di seguito. Contro il militarismo dei conservatori e dei reazionari Spinelli, Rossi e Colorni propugnano «la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani».

Il non sequitur è evidente. Se il problema è che in qualsiasi stato nazionale l'emergere di classi privilegiate, conservatrici e reazionarie è inevitabile; e se queste classi riusciranno sempre a impadronirsi delle leve politiche per garantire i loro privilegi, portando gli interessi delle diverse élite nazionali a contrapporsi militarmente («i germi del nazionalismo imperialista»), non si vede cosa possa cambiare, se lo stato entro il quale si svolge questa contesa politica è più esteso. 

Forse non si avrà – poniamo – una guerra tra la Francia e la Germania; ma si potrebbe, anzi si dovrebbe avere ugualmente una guerra, ben più distruttiva, tra l'Europa Unita e altri stati, come per esempio la Russia.

A questa ovvia obiezione il Manifesto di Ventotene risponde oscillando tra due soluzioni opposte. Da una parte sembra che il problema non sia solo la grandezza dello stato, ma anche, a giudicare dalla terza sezione del testo, la qualità delle sue leggi e delle sue istituzioni. Tuttavia, in questo caso, basterebbe notare come le istanze rivendicate da Spinelli e soci siano state riprese più dalla nostra Costituzione che non dai trattati europei.

Per rendere un'idea, il Manifesto propone:
  1. «nazionalizzazioni su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti acquisiti»;
  2. redistribuzioni di terre e «gestioni cooperative, azionariato operaio» nell'industria;
  3. forte impulso alla scuola pubblica;
  4. livellamento delle retribuzioni medie;
  5. «una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente».

Si tratta dunque di un programma fortemente orientato in senso socialista, mirante a ridurre la sperequazione; e perciò evidentemente opposto al laissez-faire imperante tra i tecnocrati europei, ossessionati dalle privatizzazioni, dai tagli alla spesa pubblica, dal superiore obbiettivo della stabilità dei prezzi (art. 127 TFUE) e disposti ad accettare livelli "fisiologici" di disoccupazione.

Questa distanza incolmabile dovrebbe dunque chiudere il discorso su quale tipo di orizzonte statale (nazionale o federale) sia più adatto all'emancipazione materiale delle classi lavoratrici, e dovrebbe bastare per mettere in crisi l'ingenuo internazionalismo di Ventotene.

Dall'altra parte, però, i sottoscrittori del manifesto sembrano battere contemporaneamente un'altra strada, quando distrattamente alludono a «l'unità politica dell'intero globo». Questo richiamo, buttato nel mezzo di un panegirico sulle prodigiose virtù diplomatiche dell'Europa Unita nel far andare d'accordo Asia e America (viene da ridere, se pensiamo solo a cosa sta succedendo in questi anni in Ucraina...), non va sottovalutato. A ben vedere questo «più lontano avvenire» è l'unico orizzonte possibile per la semplicistica visione politica di Spinelli e compagni

Se quello che vogliamo evitare, infatti, è la contrapposizione tra élite nazionali reazionarie, eliminando le nazioni possiamo essere sicuri di riuscire nel nostro intento: la tautologia non lascia scampo. Anche l'idea di accorpare i popoli europei sotto un unico super-stato acquista finalmente un senso: essa va vista come una tappa lungo la strada che porta a un mondo senza barriere né confini, dove non esistono nazioni e dove vive felice tutto il popolo della terra.

C'è però un problema non da poco: questo ideale non elimina le élite reazionarie, ma solo lo strumento della loro contrapposizione; cosa che, quindi, non prelude affatto alla loro sconfitta, quanto piuttosto alla loro riappacificazione, anticamera del loro regno incontrastato e della schiavitù permanente delle altri classi.

L'errore è evidente: si confonde lo strumento con l'agente; o, se si preferisce, il casus belli con le ragioni profonde della guerra.

Il motivo delle controversie, secondo la stessa visione offerta dal Manifesto, non è la nazione: ma le posizioni di privilegio conquistate da alcuni all'interno della nazione e difese attraverso le istituzioni, la liturgia e la forza militare delle diverse nazioni. Se si eliminano le nazioni, dunque, cessano naturalmente le contese tra esse: ma non cessa il processo di accumulazione di privilegi e il tentativo di immobilizzarli in una costruzione politica fissa. Insomma: la lotta di classe rimane sia che gli stati siano tanti, sia che lo stato sia uno solo.

Il Manifesto di Ventotene individua un certo problema: ma poi propone una soluzione a una conseguenza di questo problema, non al problema stesso. 

Per fare un esempio, è un po' come pretendere di sistemare una frattura con l'antidolorifico: al momento può anche essere di sollievo, ma quello che serve è più probabilmente l'intervento di un medico esperto, un'ingessatura e giorni di riposo. Altrimenti il dolore ritorna.

Allo stesso modo, se le élite erano in grado di impadronirsi dei vertici delle istituzioni dei singoli stati nazionali, per quale motivo non dovrebbero essere in grado di conquistare le istituzioni di un solo super-stato mondiale?

La risposta potrebbe essere che, nel secondo caso, si andrebbero a creare delle istituzioni diverse: ma di queste istituzioni, e di come dovrebbero essere strutturate, il Manifesto di Ventotene non parla assolutamente. D'altronde, se esistesse una soluzione di questo tipo, si potrebbe benissimo applicarla su scala nazionale, bloccando così sul nascere l'affermazione delle forze reazionarie, il pericolo delle guerre e di conseguenza la necessità di un super-stato mondiale.

È evidente che l'internazionalismo di Ventotene potrebbe essere una soluzione (sulla carta) se (e solo se) esistesse una spiegazione convincente: 
  1. di come si potrebbe creare un sistema politico a prova di svolta reazionaria,
  2. del perché questo sistema sarebbe applicabile solo su scala globale. 
Ma naturalmente di questi "dettagli" Spinelli e soci non si preoccupano minimamente.

Ne consegue, allora, che nel mondo da loro immaginato, dove un governo mondiale dirige tutte le genti della terra, la lotta di classe continuerebbe come e più di prima; e finirebbe per concludersi ineluttabilmente - secondo la loro stessa logica - con la conquista del potere da parte di una élite di privilegiati.

IL FUTURO DI VENTOTENE: GUERRE E DITTATURA

La svolta reazionaria mondiale è dunque l'unico sbocco possibile della concezione politica del Manifesto di Ventotene. Ma il bello deve ancora venire.

Tutto sommato, infatti, nulla ci assicura che la lotta per raggiungere e controllare le leve del potere politico sia finita. Il gruppo dirigente appena formatosi potrebbe sempre incontrare sulla sua strada un gruppo antagonista, desideroso di scalzarlo. E questo significherebbe – sempre applicando la logica con cui è costruito il Manifesto – la ripresa del conflitto militare; che a questo punto dovrebbe necessariamente oggettivarsi in altre forme.

È questa, a ben vedere, una delle ingenuità più grosse in cui sono caduti gli antifascisti al confino di Ventotene; un'ingenuità talmente macroscopica che quasi passa inosservata. Se il nazionalismo novecentesco fosse l'unica scusa che l'umanità ha trovato nella sua storia per combattersi e annichilirsi, il mondo sarebbe in pace già da molto tempo.

Al contrario il campionario di motivazioni prete-a-porter per inventarsi una guerra è vastissimo: dalla religione all'attacco subito (vero o presunto), dall'onore da difendere all'intervento umanitario, i pretesti per ammazzarsi non sono mai mancati, né mai mancheranno. Eliminare da questo campionario il lebensraum non renderà la vita molto più difficile a quelli che pensano che certi rapporti si definiscano combattendo.

Sotto un singolo governo mondiale le competizioni per il potere non potrebbero prendere la forma di conflitti tra nazioni: ma potrebbero prendere altre forme, non meno pericolose. Possiamo immaginare scontri razziali, ideologici, religiosi, ecc. Certo li dovremmo chiamare “guerre civili”: ma i morti, quelli dovremmo continuare a chiamarli “morti”.

Stante l'analisi proposta, l'unico modo per evitare guerre di ogni tipo è che il potere reazionario controlli in modo esclusivo la forza pubblica e la usi per reprimere ogni ribellione. Avremmo così raggiunto il nostro scopo: ma avremmo ottenuto in cambio la dittatura.

Pertanto se il progetto di Spinelli, Rossi e Colorni si concretizzasse nei termini da loro stessi immaginati è a una feroce dittatura globale che finirebbe per assomigliare, più che ad un mondo in pace perenne.

Questo è il vero e più grosso punto debole del Manifesto di Ventotene. Ci sono certamente altri punti da sollevare e altre riflessioni da fare (e a breve ci arriviamo), ma non possiamo non soffermarci ancora su questo, che è il difetto più evidente.

I critici del federalismo europeo in genere si concentrano quasi soltanto sul metodo (anti-democratico) teorizzato dai “padri nobili” dell'Europa unita: ma in questo modo si rischia di far passare il messaggio che l'ideale, astrattamente concepito, possa anche andar bene.

Al contrario occorre rilevare che l'ispirazione profonda all'integrazione europea, il cuore del suo programma ideologico, è un testo che, indipendentemente dalle intenzioni con cui è stato scritto, finisce per delineare un progetto globalista, dove una ristretta élite mondiale gestisce tutto il potere.

DISCORSO SUL METODO

In questo senso, allora, non è il metodo il problema: il problema è l'intenzione di creare qualcosa che si pensa sia un bene solo perché i nostri “schemi verbali” e le nostre “fantasie” ci suggeriscono che sia un bene, quando in realtà ci stiamo scavando la fossa.

Le parole di Spinelli e compagni sul modo di fare la rivoluzione suonano davvero, in un'epoca in cui l'UE è accusata di prassi anti-democratica, sinistramente profetiche. Eppure sono perfettamente coerenti con l'impianto originale. Il metodo degli europeisti è anti-democratico perché è lo stesso ideale, malgrado le intenzioni, ad essere anti-democratico.

Quando ad esempio gli autori del Manifesto scrivono: 

«Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente» 

stanno semplicemente ripetendo una lezione mutuata da altre esperienze utopiche. 

Quando concludono: 

«La metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria» 

sembra di sentir parlare Lenin («Solo la dittatura del proletariato può emancipare l'umanità dall'oppressione del capitale, dalla menzogna, dalla falsità, dall'ipocrisia della democrazia borghese» "Democrazia" e Dittatura, in Pravda n. 2, 3 gennaio 1919). 

Qualsiasi rivoluzionario sa che le rivoluzioni non le fa il popolo da solo: occorre una minoranza agguerrita e preparata. Di qui anche il diffuso senso di insofferenza per le istanze democratiche: 

«Il popolo ha sì alcuni bisogni fondamentali da soddisfare, ma non sa con precisione cosa volere e cosa fare. Mille campane suonano alle sue orecchie, con i suoi milioni di teste non riesce a raccapezzarsi, e si disgrega in una quantità di tendenze in lotta tra loro»

Ecco da dove discende l'insopportabile paternalismo delle nostre élite tecnocratiche.

Il disegno è dunque coerente con le premesse. Se per evitare «una rinnovata divisione dell'umanità in Spartiati ed Iloti» eliminiamo gli stati nazionali, è evidente che non raggiungeremo mai lo scopo, perché il rimedio non cura la causa, ma un sintomo. Saranno quindi forzatamente le élite, rimaste saldamente ai loro posti, a guidare il processo di integrazione, qualora disgraziatamente (come poi è realmente avvenuto) qualcuno lo inneschi.

I metodi democratici, come le assemblee costituenti, sono forzatamente invise agli autori del Manifesto. Anche il contrasto tra Costituzione italiana ed integrazione europea, dunque, era presente sin dalle origini.

Occorre rilevare, tra l'altro, che è proprio la nostra esperienza storica ad aver in parte sconfessato e in parte superato le premesse del Manifesto di Ventotene. Il paradosso dell'europeismo diventa così palese: un testo scritto quando ancora la guerra non era finita, che non poteva conoscere l'orrore atomico e l'equilibrio della guerra fredda, dovrebbe essere preso come guida per riformare la nostra Costituzione, che aveva reso quel testo obsoleto già nel 1948. L'illogicità di questa pretesa fa sorridere, se non ci fosse da preoccuparsi.

Le premesse reazionarie del testo di Ventotene sono tali che persino gli autori sono colti dal dubbio, e tentano di fugarlo. A questo proposito scrivono:

«Non è da temere che un tale regime rivoluzionario debba necessariamente sbocciare in un nuovo dispotismo. Vi sbocca se è venuto modellando un tipo di società servile. Ma se il partito rivoluzionario andrà creando con polso fermo fin dai primissimi passi le condizioni per una vita libera, in cui tutti i cittadini possano veramente partecipare alla vita dello stato, la sua evoluzione sarà, anche se attraverso eventuali secondarie crisi politiche, nel senso di una progressiva comprensione ed accettazione da parte di tutti del nuovo ordine, e perciò nel senso di una crescente possibilità di funzionamento di istituzioni politiche libere».

Il paragrafo merita di essere riportato per intero; perché sia evidente che tante parole non dicono sostanzialmente nulla.

Quale garanzia abbiamo che i rivoluzionari federalisti non finiscano per trasformare il loro afflato idealistico nell'ennesima dittatura? Assolutamente nessuna. Questi “padri nobili” amanti della tautologia e scopritori dell'acqua calda se la cavano al solito: “se si faranno le cose per bene, tutto andrà bene”.

E se invece si faranno le cose nel modo sbagliato? Se per caso, per puro caso, questa battaglia finisse nelle mani di persone non propriamente intenzionate a creare le «condizioni per una vita libera, in cui tutti i cittadini possano veramente partecipare alla vita dello stato»?

LE APORIE DI VENTOTENE

Non sto dicendo – lo ribadisco – che da Spinelli a Monti tutti gli europeisti siano stati cospiratori senza scrupoli. Al contrario, penso che le intenzioni siano sempre state positive. Ma – vedete – il problema è che le “buone intenzioni” non bastano.

Non possiamo affidarci ad un ideale politico solo perché abbiamo ascoltato Imagine di John Lennon e ci sembra che quell'ideale sia ispirato positivamente: dobbiamo anche preoccuparci del fatto che esso sia sostenibile concretamente. Di buone intenzioni è lastricata la strada dell'inferno; e di una saggezza così banale, ma così profonda, non dovremmo fare a meno.

Ecco perché un manifesto nato con il nobile intento – nobile davvero – di evitare il ripetersi di tragedie come le due guerre mondiali, ma naufragato verso un ideale orrendamente semplicistico, ha conosciuto tanta fama: perché è tornato utile a chi progetta l'imperialismo su scala globale come carota da sventolare davanti all'asino di un occidente sempre meno civilizzato.

C'è anche un altro limite che dovremmo riconoscere, per aver visto naufragare in passato utopie politiche di ben altro spessore: ossia che fare progetti sul lunghissimo periodo, che incorporino soluzioni da “fine della storia”, non ha mai funzionato e non ha mai portato bene.

Pensare che il mondo sia comunque destinato alla dittatura del proletariato e al comunismo, così come a un illuminato governo globale, a meno che la prospettiva non sia dietro l'angolo, non ha particolarmente senso perché significa ignorare le innumerevoli svolte che normalmente la Storia imbocca in periodi così lunghi; svolte che spesso cambiano completamente il contesto.

A mo' di battuta, potremmo dire che è probabile che il tentativo di concretizzare i suoi progetti porti l'umanità all'estinzione, piuttosto che al successo.

È pur vero che chi governa ha bisogno di indicare alla gente una direzione, per dare l'impressione che lo società non vada a caso, ma si muova ordinatamente verso qualcosa. Però spingere le persone a credere che gli stati siano semplicemente destinati progressivamente ad unirsi, fino che tutti saremmo un'unica cosa, è forse la cosa più ingenua che sia mai stata raccontata.

Pensiamoci per un attimo seriamente: quanto credete manchi per vedere la fine del processo, per vedere il “sogno” realizzato? In che modo concretamente ci si potrebbe arrivare? Quante guerre sarebbe necessario combattere a questo scopo? Quante nuove armi e quanta tecnologia avremmo prodotto nel frattempo? Quanti cambiamenti si potrebbero verificare? Come cambierebbe l'umanità? Come cambierebbero le sue idee e i suoi scopi?

È evidente che il problema non è che l'obbiettivo sia è impossibile in sé: più che altro, non ha senso porselo in questo momento. La realizzazione è troppo distante per le forze di cui disponiamo al momento. Se provassimo seriamente a percorrere questa strada, metteremmo in moto dei cambiamenti che probabilmente spingerebbero i nostri successori a concepire scenari e obbiettivi diversi (come in effetti sta già succedendo).

Insomma, il “sogno” di Spinelli e soci soffre del difetto di tutti i sogni: manca di concretezza. E forse è anche peggio. Nessuna utopia, infatti, è mai stata così priva di basi concrete, così poco articolata come il federalismo europeista-globale di Ventotene.

Dalla Repubblica di Platone al Capitale di Marx, sempre le grandi utopie sono state sorrette da analisi profonde, che sono poi sopravvissute all'ideale politico. Nel caso del nostro Manifesto, invece, non c'è letteralmente nessuna analisi: solo l'affermazione, presentata come auto-evidente, della necessità di unire l'Europa (e poi il mondo) per non venire sconfitti nella lotta di classe.

Dal voler abbracciare concretamente un progetto talmente naif non potevano che svilupparsi quelle che oggi sono le caratteristiche peggiori, sul piano concettuale, dell'europeismo; a cominciare dall'assoluta apoditticità con cui sono abituati a “ragionare” i suoi adepti.

L'unità europea DEVE essere un valore incontestabile. DEVE essere il motore primo immobile dell'agire politico di qualunque buon progressista: e chi per caso si provasse a negarlo, mostrerebbe con ciò la sua grettezza d'animo, la sua crassa ignoranza e la sua moralità corrotta.

Questa feroce dialettica, che non ammette contraddittorio, non dipende solo dal fatto che il progetto deve essere difeso per interessi politici. La mancanza di buoni argomenti dipende anche e soprattutto dal fatto che, banalmente, di buoni argomenti non ce ne sono mai stati. Sin dal Manifesto di Ventotene l'europeismo è stato essenzialmente una pulsione irrazionale, che si è ricavata una via solo in seguito al disgregarsi delle altre utopie del passato.

Una simile irrazionalità, ovviamente, inibisce qualsiasi considerazione di buon senso, qualsiasi riflessione su aspetti pratici come i costi del progetto o eventuali soluzioni alternative. L'europeista non si ferma mai a domandarsi se il suo ideale valga davvero tutti i sacrifici fatti; non vuole nemmeno prendere in considerazione l'idea che possano esistere altre soluzioni cooperative più efficaci.

La logica dell'europeista è che, se essere giovani e forti è meglio che essere vecchi e pieni di acciacchi (e nessuno può negarlo), allora dobbiamo necessariamente gonfiarci le labbra con il botulino o fare il bagno in una vasca ricolma del sangue di cento vergini.

CONCLUSIONE

Questo è, sin dalle sue origini, il folle progetto che ha preso in ostaggio il continente più ricco del pianeta. 

Credo di avere abbondantemente dimostrato che esso non è affatto un ideale positivo naufragato per lo scarso spessore degli interpreti politici che sono venuti in seguito. Al contrario le criticità dell'europeismo di oggi riflettono fedelmente le aporie che erano già nel progetto originale.

Ne consegue che qualunque tentativo di ritornare alle origini, alla purezza della concezione originale, nella speranza di recuperare un ideale di pace, è destinato fatalmente a rivitalizzare quelle stesse problematiche che si proponeva di correggere.

Il Manifesto di Ventotene è nato fallito, perché:
  • propone una soluzione (la federazione europea) che non ha niente a che vedere con il problema evidenziato (l'emergere di classi reazionarie e conservatrici);
  • non può impedire (di conseguenza) che il problema continui a manifestarsi, e anzi lo proietta su scala internazionale (l'emergere di una classe reazionaria su scala globale);
  • risolve la questione delle guerre "nazionali" solo nominalisticamente;
  • consegna a una classe di rivoluzionari il compito paternalista di portare avanti una rivoluzione anti-democratica, creando così le condizioni per la dittatura;
  • si pone un orizzonte troppo lungo, senza preoccuparsi dell'impatto delle azioni intermedie;
  • non fornisce alcuna impalcatura teorica al suo progetto;
  • stabilisce a priori l'assoluta necessità del fine che si pone, senza valutarne i costi o le alternative;
  • è smentito e superato clamorosamente da ogni avvenimento storico successivo alla seconda guerra mondiale.

Dunque qualsiasi intellettuale che voglia definirsi tale fa fare una pessima figura alla propria intelligenza, se continua a spendersi per questo ideale fallimentare ed esiziale.

Ciò detto, è chiaro che il successo del Manifesto non dipende da ragioni intrinseche, ma dal fatto che esso sia perfettamente funzionale a un progetto imperialista su vasta scala che viene dagli USA: ed è a questo progetto che i nostri intellettuali s'inchinano, non certo al valore dell'analisi di Spinelli e compagni.

Siamo tutti abbastanza smaliziati da capire che insistere sull'importanza del Manifesto di Ventotene è un'opera di propaganda politica, non di divulgazione. Tuttavia una maturazione critica dello scarso valore del testo principe dell'europeismo è alla portata dell'intelligenza di tutti.

Capire non costa niente. E quando molti capiranno, difendere questo progetto diventerà impossibile.

4 commenti:

Anonimo ha detto...

Gran bel lavoro, complimenti! Hai evidenziato davvero bene tantissime contraddizioni insite nel Manifesto. Quello che voglio credere è che lo scritto di Spinelli, come anche tu dici, sia stato elaborato con nobili ideali e sia sostanzialmente "figlio del suo tempo". Chi oggi guida la UE dovrebbe rendersi conto di questo e attuare modifiche allo stesso in modo da adattarlo maggiormente alla realtà contemporanea. In teoria potrei prendere a modello anche la "Città del Sole" di Campanella (!) ma dovrei emendarla da idee malsane come le pratiche eugenetiche descritte dal filosofo. Hai poi molta ragione ad evidenziare lo "snobismo" intellettuale insito nel manifesto; da una parte di mira ad un unico popolo planetario (in stile Asimov) e poi si dice che la massa non è in grado di capire nulla (ma Spinelli scrive anche: "la massa dei cittadini avrà un'indipendenza e una conoscenza sufficiente per esercitare un efficace e continuo controllo sulla classe governante"...se confronti questo passo con quello da te citato sull'incapacità della massa a capire i propri desideri, si capisce come il Manifesto non abbia alcuna coerenza interna. Si potrebbe andare avanti a lungo. Mi viene da pensare ad una cosa, però. Anche senza UE la ristretta elite mondiale continuerebbe ad esistere...o no? Che soluzioni intraprendere per eliminare il suo potere (che secondo me esisterebbe senza nessuna difficoltà anche in assenza di federazioni/unioni tipo UE)?

Andrea Giannini ha detto...

Grazie Gian!
Oggi chiunque guidi l'UE sarà sempre in conflitto di interessi: non si può riformarla senza partire dal presupposto che è un progetto marcio dalle fondamenta; e non si può fare questa ammissione senza scatenare definitivamente l'eurofobia.
Ecco perché non sono ottimista sulle soluzioni: perché non vedo come si possa uscire da questa antinomia.
Quanto al problema delle élite la mia risposta non cambia: non vedo soluzioni, solo palliativi.
È la lotta di classe, e c'è da sempre. Fingere di non vederla, però, aiuta tanto poco quanto accontentarsi di ricomposizioni farlocche.

Anonimo ha detto...

Il problema che si pone, quindi, è il seguente: come eliminare l'onnipresente lotta di classe? Dobbiamo credere che debba continuare per tutta la durata della storia dell'umanità? O si possono mettere dei correttivi a questa condizione? Sappiamo che uno dei motivi alla base della lotta è la proprietà privata. Credo sia un dato di fatto. Ma come ti dissi una volta ad Assisi, non possiamo limitare tale p.p.? Non dico che la p.p. debba essere eliminata, assolutamente. Non voglio un assurdo appiattimento della società. Ma limitando la ricchezza nelle mani dei singoli, ridistribuendo alla società il tutto in chiave sociale, non miglioreremmo la condizione di vita delle persone? Lo so, è un pensiero che non tiene conto di molte condizioni economiche e può darsi anche che sia privo di senso o di una sua possibile attuazione pratica. Ma finché i capitali sono concentrati nelle mani di pochissimi, le cose non potranno che restare le stesse di sempre.

Andrea Giannini ha detto...

Non mi avventuro a darti risposte precise. Posso solo dire che, in linea di massima, mi pare più sostenibile un modello di ispirazione socialista che integralmente liberista.