giovedì 29 agosto 2013

Precari nella pubblica amministrazione

Recentemente su lavoce.info Luigi Oliveri ha polemizzato contro la stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione decisa dal consiglio dei ministri.

I punti più rilevanti della sua critica sono:
  1. i contratti precari che poi necessitano di stabilizzazione erano contratti impropri sin dall'origine (dovevano cioè essere contratti indeterminati): la stabilizzazione agisce come sanatoria nei confronti di quei dirigenti pubblici che hanno disposto forme di assunzione improprie e che così non sono chiamati a risponderne;
  2. dal momento che si decide di assumere del personale per impieghi pubblici a tempo indeterminato, il "precario" si trova di fatto un percorso di assunzione avvantaggiato rispetto agli altri, in violazione della Costituzione che prevede concorsi pubblici aperti a tutti;
  3. se non si riuscirà a stabilizzare tutti i precari, si farà disparità anche al loro stesso interno: cioè qualche precario si vedrà negata la stabilizzazione promessa.
Secondo Olivieri la soluzione stava nel vecchio decreto 78/2009, poi legge 102/2009: concorso aperto a tutti, ma con un certo punteggio in più per chi ha già lavorato da precario. Tuttavia, uno sguardo alla recente esperienza del "concorsone" per la scuola getta qualche dubbio sulla bontà della soluzione avallata da Oliveri.

Il concorsone, che si basava sia su prove che su titoli, ha dimostrato che in un determinato contesto i titoli possono essere alla fine determinanti.

Il punteggio minimo per superare le prove era 56 su 80. Il punteggio massimo per i titoli 20. Considerando che pochissimi passano davvero con un risicatissimo 58, ma più probabilmente con un punteggio sopra 60, ciò significa che il fatto di avere pochi titoli rende praticamente impossibile vincere il concorso: mentre al contrario una persona particolarmente titolata, anche in caso di una prova non brillantissima, potrebbe scalare molte posizioni.

Ma c'è un risvolto più importante: i titoli - si presume - dovrebbero avere a che fare con il merito; ma nella pratica hanno molto a che fare anche con l'età. Seconde e terze lauree, specializzazioni, corsi, dottorati, pubblicazioni non si conseguono appena usciti dall'università, ma occorre molto tempo. Ciò significa, insomma, non solo che la fascia di aspiranti tra i 40 e 50 anni diventa il target ideale, ma anche che, ad un livello più profondo, questa stessa fascia si rivela anche, proprio in virtù degli stessi titoli, la più meritevole. Cioè, se i titoli non sono solo pezzi di carta, ma hanno a che fare con la preparazione reale del candidato (e nonostante quello che si dice dell'università italiana, spesso è davvero così), ciò allora significa che è lecito attendersi che un candidato avrà tanto più successo nelle prove quanto maggiori sono le sue credenziali.

Insomma, i titoli possono essere determinanti addirittura in un duplice modo: sia direttamente, per il punteggio in più che garantiscono, sia indirettamente, per la maggiore preparazione ed esperienza che dovrebbero garantire.

Inoltre le prove hanno prestato il fianco a molte polemiche, sia per i quiz di logica che per le domande miranti a valutare le competenze specifiche. Questo tentativo di selezione, infatti, non poteva che rivelarsi imperfetto, perché ha inevitabilmente finito per avvantaggiare un certo tipo di preparazione rispetto ad un'altra. E' un fattore fisiologico quasi irrimediabile: valutare un docente è un'impresa titanica, dovendosi tenere in considerazione sia competenze specifiche (conoscenza della materia) potenzialmente sterminate (si pensi cosa può voler dire valutare la preparazione di un insegnante di "Italiano"...), sia competenze indirette (psicologia, pedagogia, ma anche la burocrazia scolastica), sia infine addirittura doti personali "impalpabili" (capacità relazionali, empatia, comunicazione, originalità, creatività, eccetera)...!!

Se si somma, dunque, l'inevitabile discutibilità delle prove con i vantaggi e la maggiore esperienza garantita dai titoli, si scopre che spesso la persona più "meritevole" di essere stabilizzata nell'insegnamento è poi anche la più titolata: il che significa chi più si è ostinato negli anni a perseverare in un mestiere coltivando pazientemente la propria professionalitàE se ci astraiamo dal mondo della scuola, non per questo dobbiamo aspettarci qualcosa di diverso.

In generale, chi copre un ruolo nella pubblica amministrazione già da tre anni è inevitabilmente, per l'esperienza che ha accumulato, più avvantaggiato rispetto a chi è nuovo del mestiere. La presunta soluzione di Oliveri, consistente nel garantire a queste persone un punteggio ulteriore in fase concorsuale, a ben vedere non dovrebbe servire a nulla, se non a consolidare la posizione di vantaggio che già queste persone si sono conquistate sul campo. In altri termini, in teoria (ma anche in pratica, se le cose vengono fatte con un senso) il precario della pubblica amministrazione è già il vincitore ideale del concorso: di sicuro parte come il più titolato, il più esperto e probabilmente anche il più motivato.

Dunque, ritornando ai tre punti iniziali della critica di Oliveri, sebbene il secondo e il terzo siano anch'essi sensati, e riflettano l'oggettivo marasma che si crea quando si parte con una procedura scorretta, il vero punto forte del suo ragionamento è il primo: perché assumere a tempo determinato quando c'è bisogno di personale in pianta stabile? Perché non assumere direttamente a tempo indeterminato?

I motivi probabilmente sono intuibili, ma il discorso ci porterebbe troppo lontano. Limitiamoci per ora a valutare le esigenze della pubblica amministrazione: che sono certamente quelle di assumere il personale che è necessario e non di più; ma di assumerlo stabilmente. Le forme di assunzione temporanee possono essere giustificate solo da eccezionalità: ma in alcun modo possono essere la regola

Se la pubblica amministrazione deve erogare dei servizi, non può farlo a singhiozzo: deve farlo sempre; e deve avere sempre il personale qualificato per farlo. Che senso ha far ruotare questo personale, oppure stabilire che chi era idoneo a occuparsi di quel servizio, e lo ha fatto per tre anni, non lo è più dopo il quarto anno solo perché non ha passato il concorso? Significa allora che i cittadini che si sono fatti servire da quella persona per tre anni hanno usufruito di servizi scarsi o qualitativamente non all'altezza? 

Un insegnante precario che insegna per anni è a tutti gli effetti un professionista (bravo o meno, non è qui rilevante), perché almeno come tale, come professionista, è riconosciuto da chi si interfaccia con lui: i colleghi con cui collabora, gli alunni che valuta e le loro famiglie, e infine la stessa pubblica amministrazione, che non dovrebbe continuare a rinnovargli quell'incarico, se ci fossero persone in grado di svolgerlo meglio di lui.

E se il problema è che i criteri di gestione della pubblica amministrazione non funzionano, ebbene si riparta da una discussione e da una riforma di quelli: non da forme di precarizzazione del personale, che si è dimostrato, sono controproducenti.

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