giovedì 31 gennaio 2019

Chi vuole parlare di immigrazione?

È praticamente impossibile parlare di immigrazione, oggi, senza che questo tema scateni le nostre pulsioni più viscerali. Accoglienza, chiusura, integrazione, identità culturale, lavoro, diritti, umanità: questi e altri temi si affollano contemporaneamente nelle nostre teste tutte le volte che l'attualità ci propone una nave in difficoltà, una richiesta di sbarco, un naufragio.

Occorre dunque, se se ne vuole davvero discutere, fare un bel respiro e calmare i nervi.

Solo dopo aver rifiatato, dopo aver recuperato la calma, possiamo provare a chiederci se abbiamo davvero interesse a discutere con serenità di questa cosa: che non significa non metterci la serietà che la materia richiede.

A giudicare da quello che si vede e si sente in giro, credo che un confronto costruttivo dovrebbe liberarsi di almeno due fardelli.

Innanzitutto dovrebbe evitare di ridursi a riprodurre lo scontro in atto tra maggioranza e opposizione. Ciò non significa che non sia normale e giusto avere simpatie politiche, aver votato per questo o quel partito e/o cercare di rivendicare la scelta fatta: ma è anche - credo - segno di intelligenza dimostrare di non essere completamente appiattiti su questa dimensione.

Lo scopo di un dibattito onesto non potrà mai essere quello di tenere in piedi il governo o farlo cadere con qualunque argomento utile. Questo potrà essere lo scopo dei diversi partiti: uno scopo a cui è probabilmente giusto che tendano e che non voglio demonizzare. Ma non può essere lo scopo di chi disinteressatamente vuol capire come stiano le cose, di chi vuole approfondire l'argomento fino a farsi un'idea il più possibile precisa. Se davvero vogliamo pretendere di comportarci come cittadini liberi ed informati, e non come tifosi, credo dovremmo liberarci dall'istinto di partigianeria politica.

La seconda cosa da cui dobbiamo guardarci è la presunzione di essere quelli "buoni" e che tutta la complessa faccenda dei problemi legati all'immigrazione, in fin dei conti, si possa risolvere semplicemente stabilendo da quale parte stiano le "buone intenzioni" (per poi concludere, magari, che esse stanno tutte dalla nostra parte).

Questo è un punto molto importante e molto più difficile da interiorizzare del primo, per cui voglio spenderci qualche parola in più.

Il dialogo e la discussione costruttiva credo siano diversi dallo scontro; perché a quest'ultimo, banalmente, si arriva quando non si ammettono più le ragioni dell'interlocutore. Se a un certo punto ci accorgiamo che stiamo discutendo per prevalere, per imporci sull'avversario, per demolire le sue tesi, mi pare evidente che abbiamo concluso che esse non sono accettabili. Questo ci dimostra che per avere un dialogo sereno occorre non essere pregiudizialmente ostili nei confronti di coloro con cui dialoghiamo.

Viceversa, se partiamo con la convinzione che l'altro è irrimediabilmente il "cattivo", quello "squallido", quello "ipocrita", quello animato unicamente dalle "peggiori intenzioni", anche se occasionalmente può dire qualcosa di intelligente, è chiaro che a causa del nostro pregiudizio non avremo un dibattito, ma uno scontro verbale.

Non sto dicendo che non abbiate il diritto di pensarla così: avete tutto il diritto di pensare che in questioni come queste c'è il "buono" e c'è il "cattivo"! Penso solamente che, se questo è davvero il vostro parere, dovreste allora ammettere che è perfettamente inutile discuterne.

Ci sono indubbiamente dei momenti in cui non bisogna parlare ma combattere, almeno metaforicamente. Non voglio negare questa circostanza. Però, nel momento in cui fate questa scelta, dovete assumervene la responsabilità: dovete ammettere che siete voi a rifiutarvi di parlare; che siete voi che decidete di combattere; e che del vostro pregiudizio sarà la colpa, se un domani per caso questa si rivelasse la scelta sbagliata.

Qualcuno forse contesterà il termine "pregiudizio", poiché penserà di aver già sentito e letto mille e più cose sul tema in questione e di essersi dunque ormai formato correttamente un suo "giudizio". E però mi scuserete se, visto il tono del dibattito generalmente non molto costruttivo, vi invito ora a ripensare al modo in cui avete costruito questo "giudizio".

Davvero vi eravate lasciati alle spalle il vostro carico di valori, di idee precostituite, di simpatie o antipatie politiche? E quando vi siete messi a cercare in giro avete davvero riflettuto sul punto di vista altrui, o vi siete semplicemente limitati a cercare conferme del vostro punto di vista iniziale? E se poi concludete che il vostro è davvero un "giudizio" libero, formatosi a posteriori senza idee precostituite, allora non dovreste avere paura di sottoporlo a un'ulteriore verifica: soprattutto qui, dove si sta cercando di impostare il discorso nel modo più costruttivo possibile.

Se poi, nonostante tutto, pensate che non è il momento di dialogare, ma di allentare la briglia del vostro θυμός, l'anima delle passioni eroiche, per prepararvi alla pugna, nessuno ve ne fa una colpa: e potete pure smettere qui di leggere. Ma difficilmente potrete sostenere, un domani, comunque vada, di non avere dato retta ad un pregiudizio, dal momento che ad esso date retta quando abbandonate qua la discussione.

Se invece pensate che ci siano margini per un dialogo, ossia che non ha senso etichettare pregiudizialmente l'altro come il "cattivo", lasciate allora che vi metta in guardia ancora da una cosa: si può dare un certo credito a chi non la pensa come noi, starlo a sentire ed ascoltare le sue ragioni, eppure contemporaneamente pensare che in tema di immigrazione il problema sia essenzialmente avere "buone intenzioni". E sarebbe ancora un grosso problema.

Se studio l'altro solo per capire se condivide le mie intenzioni, che per definizione sono quelle "buone", non mi sono realmente liberato dal peso dei pregiudizi morali, ai quali alla fine riconduco di nuovo tutta la questione: e prima o poi questo carico uscirà fuori, facendo degenerare il dialogo in scontro.

Tuttavia, se il problema fosse solo che i nostri valori morali possono creare tensioni nel corso del dibattito, questa non sarebbe certamente un buona ragione per rinunciarvi. Il fatto è, però, che se non li si mette mai in discussione, essi diventano un dogma di cui è impossibile misurare la bontà. Se l'atteggiamento è questo, il valore si incancrenisce in pregiudizio e cessa di essere una cosa positiva.

Occorrerebbe accettare, dunque, di mettere in discussione i nostri valori morali proprio per verificare che possano considerarsi qualcosa di buono; ma anche se non fossimo disposti a tanto, occorre almeno riconoscere che la questione dell'immigrazione (come quasi tutti i temi politici) va al di là della discussione dei valori in sé: perché, banalmente, esiste anche la pratica.

Non credo serva argomentare a lungo per dimostrare che due persone possono condividere le stesse idee, eppure finire per fare due cose diverse. Questo perché non basta volere la cosa giusta: occorre anche saperla fare. E viceversa il non saperla fare, nonostante le migliori intenzioni, rimane un grosso problema: ignoranza e inesperienza sono infatti una colpa.

Dobbiamo quindi stare attenti a non coltivare la pericolosa illusione che in fondo basti essere animati da buone intenzioni, basti dimostrare buona volontà, basti volere astrattamente il bene degli altri per arrivare a comprendere, più o meno automaticamente, qual è la cosa giusta da fare. In realtà le insidie, le conseguenze non previste, gli effetti non calcolati sono sempre dietro l'angolo.

Bisogna ricordare, come dice il proverbio, che la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni: ossia - sarà banale parafrasarlo, ma facciamolo lo stesso - che si può partire con i migliori intenti possibili e ciononostante provocare nient'altro che sofferenza per tutti. E allora bisognerà ammettere, in termini forse un po' enfatici ma efficaci, che la volontà deve essere accompagnata dalla ragione.

E poi, non ci si lamenta tanto del "populismo"? Dell'ignoranza dilagante? Dell'analfabetismo funzionale? E a tutto questo si pretende di porre rimedio tollerando nel contempo una pretesa tanto naif, come quella che tradurre in pratica buone intenzioni sia facile e scontato? Credo invece che occorrerà ammettere il contrario, ossia che bisogna prestare estrema cura ai principi che si predicano, se sono davvero coerenti ed utili, e agli effetti delle soluzioni che si auspicano, se sono davvero conformi a quanto previsto.

Ciò detto, è anche vero che, se tutto è in discussione, c'è il rischio di ritrovarsi fra le mani un dibattito troppo ampio, che finirebbe per coinvolgere i fondamenti stessi della questione e che sarebbe di fatto ingestibile ed inconcludente. Mettiamo allora alcuni punti fermi non negoziabili, che consideriamo il punto di partenza del nostro dibattito e che siano sufficientemente accettati da tutti per la loro generalità.

La nostra discussione sull'immigrazione, un tema che oggi ha a che fare soprattutto con il problema dei salvataggi in mare, dovrà dunque dare per scontato che:
  1. occorre in ogni caso come prima cosa salvare le vite umane che sono in pericolo;
  2. occorre poi evitare che si ripetano tali situazioni di pericolo, poiché a) il soccorso talvolta potrebbe non essere efficace, e b) ci ritroveremmo sempre a vivere nell'emergenza e non a governarla;
  3. che tutto questo va fa fatto senza rinnegare un quadro di diritti di base riconosciuti a tutti gli uomini.
È poca roba, lo riconosco: ma trovo che sia più che sufficiente per porre un obbiettivo comune al dibattito, dandogli così una ragione d'essere. Il problema sarà, all'opposto, che questi punti si possono prestare ad equivoci: sappiamo già, ad esempio, che molto ci si divide in tema di diritti, sia per quanto riguarda l'interpretazione di quelli già garantiti, che per quello che concerne la loro eventuale estensione o delimitazione.

Tuttavia questa discussione (come qualsiasi altra) non avrebbe senso se si rinunciasse all'idea stessa di diritti garantiti a tutti, perché verrebbe meno quella condizione di uguaglianza che è prerequisito del dialogo; senza la quale, allora, non vi sarebbe dialogo, ma scontro. In base allo stesso principio, non è accettabile che vite umane vengano messe a repentaglio, perché è evidente che la vita è indispensabile al dialogo, dato che i morti non parlano. E ciò vale non solo per quelli che discutono, ma anche per quelli di cui si discute: dato che le conclusioni devono esser accettabili anche e soprattutto per loro, a meno di non infrangere il criterio di uguaglianza di cui sopra. 

In conclusione, fatti dunque salvi questi principi, occorre discutere di immigrazione tralasciando il desiderio di difendere o attaccare quel partito o quel politico, senza finalità particolari o pregiudizi di qualunque tipo, ma con serena apertura alle opinioni altrui, coerenza e realismo.

Può darsi però che questo non sia ancora abbastanza. Può darsi che qualcuno tema che non sia sufficiente limitarsi a presupporre le buone intenzioni dell'interlocutore, anche perché questi potrebbe benissimo mascherare i suoi reali proponimenti, qualora fossero tutt'altro che filantropici; e pertanto discutere con lui potrebbe servire soltanto ad irretirci e portarci sulla cattiva strada.

A queste paure posso replicare ricordando che non si discute per costringere le persone a cambiare immediatamente idea. Se ad un certo punto coloro che non condividono le nostre idee fanno un ragionamento che ci appare sensato, ciò non significa che dobbiamo immediatamente sposare il loro punto di vista: significa solo che ci è stato messo davanti un argomento che merita di esser approfondito.

Possiamo tenerlo lì, rifletterci sopra con calma, prenderci il tempo per studiarlo oppure possiamo lasciarlo in sospeso più o meno provvisoriamente. Se poi l'argomento è semplicemente troppo difficile per noi, potremmo, anzi, dovremmo riconoscerlo: ciò non ci impedirebbe di avere comunque un'opinione, ma solo di assolutizzarla come fosse la Verità rivelata.

In ogni caso, poiché non è affatto detto che discutendo ci tocchi cambiare opinione, non dovremmo avere tutto questo timore di farci convincere di una cosa sbagliata. E d'altra parte se succede che i ragionamenti altrui alla fine ci convincono, ciò significa solo due cose: o che non siamo in grado di distinguere un buon argomento - ma questo non depone a favore, allora, neppure delle nostre opinioni di partenza - oppure che l'altro ha effettivamente ragione - ma questo non è un male: non si era detto che si dialoga apposta per questo, perché l'altro può anche avere ragione?

Ora, se tutto questo vi sembra sensato, e volete discutere, scrivetemi pure in risposta a questo post e provate a spiegarmi - perché io non l'ho capito - per quale motivo una volta salvato qualcuno a largo della Libia si debba per forza portarlo in Italia; e perché solo di questo si discuta (non solo maggioranza e opposizione, ma anche ogni qualunque cittadino) e non invece di come risolvere la cause che stanno all'origine delle partenze - cosa ancora più paradossale visto che solo 8 anni fa non abbiamo esitato a schierarci dietro a Francia, USA e Regno Unito per bombardare quella stessa Libia che oggi è l'hub principale di questo traffico.

Nello spirito costruttivo che credo di aver dimostrato, qualcuno ha voglia di parlarne?

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