lunedì 13 aprile 2020

Conte e la sua maggioranza: il concretissimo rischio MES


Do per scontato che conosciate i rischi legati al cosiddetto “fondo salva stati”, il MES: in breve, se l’Italia facesse richiesta di un finanziamento riceverebbe solo parte dei soldi che ha investito in questi fondi (dunque con un gioco a somma negativa) e soprattutto verrebbe sottoposta a pesanti condizionalità, che costringerebbero il paese a pesanti tagli, come già successo in Grecia.

Se siete d’accordo su questo (dimostrarlo non è lo scopo di questo mio intervento, ma il presupposto), allora dovreste essere allarmati dal fatto che se ne fa gran parlare; ma allo stesso tempo dovreste essere rassicurati dalle recenti dichiarazioni di Conte, che sostiene che non intende chiedere il ricorso MES e mai lo farà.

Ma possiamo esserne sicuri?

In realtà la storia del rapporto tra Conte, i partiti che lo sostengono e il MES non lascia propriamente tranquilli.

Già l’anno scorso l’attuale premier era entrato in urto non solo con Salvini[1], ma anche con Di Maio[2]. L’accusa era di non concordare la linea con i partiti che sostenevano il governo e di tenerli all'oscuro della trattativa su una riforma del MES oggi finita nel dimenticatoio, che né l’uno né l’altro gradivano.

Il contesto è cambiato naturalmente con il diffondersi della pandemia Covid, che ad oggi potrebbe costare all'Italia, secondo Goldman Sachs[3], l’11,6% del PIL.

Appare scontato che abbiamo un disperato bisogno di recuperare al più presto risorse, non tanto e non solo per sostenere la spesa sanitaria, quanto soprattutto per sostenere le imprese ferme, i lavoratori chiusi in casa, le casse integrazione e in generale la ripartenza economica, appena si potrà ricominciare ad uscire di casa.

Per questo si può ricorrere alla BCE per finanziarsi attraverso l’emissione di titoli di stato. La disponibilità della banca centrale, al momento, c’è: l’instabilità finanziaria di marzo ha costretto Christine Lagarde a varare un nuovo piano di acquisti[4] e nello stesso mese sono già stati acquistati 12 miliardi di nostri titoli[5].

Inoltre il presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen ha annunciato la sospensione del patto di stabilità e crescita[6], dichiarando apertamente: «Ora i governi possono spendere tutto quello che serve per fare fronte all'emergenza».

Dunque sembrerebbe che le condizioni politico-istituzionali per un finanziamento agli stati in difficoltà ci siano tutte, sia in Europa che in Italia.

Nel nostro paese è favorevole sia la principale forza di minoranza, la Lega[7], che quella di maggioranza, il M5S[8]. È vero che non sono contenti i paesi rigoristi del nord, come sappiamo bene: eppure sembrava ormai di essere arrivati troppo avanti perché si potesse tornare indietro.

Ma è proprio al momento di discutere i possibili strumenti che l'eurozona sarebbe disposta a mettere in atto contro la crisi che rispunta fuori il MES.

Prima diversi esponenti del Partito Democratico cominciano a ritirare fuori il fondo; poi a metà marzo spunta l’indiscrezione dell’economista di Commerzbank, Jorg Kramer, che riferisce di come la discussione sarebbe ripresa tra gli alti funzionari[9].

Infine in un’intervista (in inglese) al Financial Times del 19 marzo Conte conferma[10]: «La strada da seguire è quella di aprire linee di credito del MES a tutti gli Stati membri per aiutarli a combattere le conseguenze dell’epidemia di Covid, a condizione che ogni Stato membro renda pienamente conto del modo in cui le risorse vengono spese».

Poco dopo esce una nota di Palazzo Chigi[11]: «Si può anche pensare di utilizzare le risorse del MES trasformandolo in una sorta di "coronavirus Fund" perché le sue risorse possano essere utilizzate da tutti gli stati europei per fronteggiare gli effetti economici prodotti dalla pandemia. Queste risorse devono pertanto essere concesse a tutti gli Stati, senza alcuna condizionalità presente o futura».

Insomma, come più volte sentiremo ripetere da lì in avanti, un MES diverso, un MES light, un MES senza condizionalità: ma sempre MES è.

Infatti se ne accorgono un po’ tutti.

Alla fine saranno addirittura 110 gli economisti italiani a firmare un appello su Micromega contro il MES[12] e a favore di un finanziamento illimitato di titoli da parte della BCE.

Crimi (capo politico del M5S) sottoscrive subito l’appello e chiarisce[13]: «Il MES è una delle zavorre di cui ci dobbiamo definitivamente liberare per costruire finalmente l’Europa del XXI secolo».

In effetti un MES senza condizionalità è quasi utopia, perché occorrerebbe riformare i trattati, come spiegano, ad esempio, gli esperti di diritto comunitario Marco Dani e Agustín José Menéndez[14].

In ogni caso il punto politico è che non solo l’opposizione, ma anche il principale partito di governo (e gruppi minori, come Liberi e Uguali[15]) si oppongono a ridiscutere il MES.

Ci troviamo in pratica nella stessa situazione del governo precedente: Conte e il suo ministro dell’economia portano avanti una riforma nettamente avversata sia da un’ampia fetta del Parlamento che dalla stessa maggioranza che li sostiene. E sempre del MES si tratta.

Già, perché in effetti, benché la riforma del MES discussa tra il Conte I il Conte II e l’ipotesi di questi giorni di includere il fondo tra le possibili risposte contro la crisi economica portata dal Covid non siano evidentemente la stessa cosa, è evidente la volontà di riproporre un meccanismo che impone pesanti condizionalità.

E a sostenerlo rimangono solo, tra maggioranza e opposizione, Forza Italia e parte della coalizione di sinistra: ossia più o meno il 36% dei voti alle elezioni del 2018, da cui discende questo parlamento, e circa la stessa percentuale nei gradimenti di oggi, almeno a dar retta ai sondaggi (ad esempio, Supermedia[16]).

Sono, insomma, le stesse forze che ratificarono il MES nel 2012: ma almeno all'epoca erano unite nel sostegno al governo Monti e avevano la maggioranza assoluta. Oggi, se esiste una democrazia, teoricamente non dovrebbero riuscire ad imporre la loro linea.

Ma il fatto è che Conte pare parecchio restio a coinvolgere il Parlamento: e questo nonostante esista una legge, la 243/2012[17], che impone al premier di ascoltare e rispettare gli atti di indirizzo del Parlamento proprio in questa esatta circostanza.

Mi limito a richiamare qui l’art. 5 comma 1 e l’inizio del comma 2:
  1. Il Governo informa tempestivamente le Camere di ogni iniziativa volta alla conclusione di accordi tra gli Stati membri dell'Unione europea che prevedano l'introduzione o il rafforzamento di regole in materia finanziaria o monetaria o comunque producano conseguenze rilevanti sulla finanza pubblica.
  2. Il Governo assicura che la posizione rappresentata dall'Italia nella fase di negoziazione degli accordi di cui al comma 1 tenga conto degli atti di indirizzo adottati dalle Camere.

Certo, è impossibile rappresentare una posizione che tenga conto degli indirizzi adottati dalle Camere se il ministro non va a chiedere un parere al Parlamento. Cosa che, invece, tanto per fare un esempio, l’Olanda aveva fatto: prima dell'eurogruppo dello scorso 9 aprile il parlamento olandese, con due distinte votazioni, aveva dato ampio mandato al ministro delle finanze di opporsi agli eurobond e di insistere con il MES[18].

Difficile quindi (al di là di quanto possano essere più o meno influenti i paesi alleati) che sia possibile mettere in campo una forza negoziale comparabile, quando il nostro Gualtieri non solo non chiede il supporto del suo stesso Parlamento, ma sarebbe addirittura impegnato a rifiutare il ricorso ad un fondo che lui stesso – si è venuto a sapere – aveva proposto di creare in qualità di relatore europeo nel 2011![19]

Ciononostante, in teoria, proprio il rifiuto del MES, accompagnato alla proposta degli eurobond, era la sintesi politica raggiunta da Conte per tenere in piedi una maggioranza sempre più in fibrillazione soprattutto dal lato dei 5 stelle (sintesi alla fine condivisa anche dal PD, almeno stando a dichiarazioni come quella del ministro Amendola[20]): ed era anche la linea che Gualtieri avrebbe dovuto tenere il 9 aprile all'eurogruppo.

Conte l’aveva ribadito con estrema fermezza e chiarezza in TV, davanti agli italiani[21]: «MES no, eurobond sì».

Anzi, poco prima dell'eurogruppo[22] si era spinto addirittura a minacciare che in caso di fallimento: «dobbiamo assolutamente abbandonare il sogno europeo e dire ognuno fa per sé».

Ma alla fine è passato il MES lo stesso, con le condizionalità di prima (eccetto per «l’assistenza sanitaria diretta o indiretta» durante il periodo dell’emergenza[23]) e senza nemmeno la menzione degli eurobond.

Ora, è vero che l'eurogruppo è una riunione senza valore giuridico, che formalmente non impegna nessuno a fare nulla, che in linea teorica potrebbe essere sconfessata da Conte nel futuro eurosummit e che non significa “l’attivazione del MES” (come è scappato incautamente di scrivere a Giorgia Meloni[24]).

Eppure, all'atto pratico, è ben raro che una conclusione dell'eurogruppo (dove si riuniscono informalmente i ministri dell’economia) venga smentita al Consiglio europeo (dove prendono le decisioni politiche i capi di governo); anche perché Conte avrebbe dovuto dissociarsi da Gualtieri. E invece ha sostenuto a spada tratta l’accordo raggiunto dal suo ministro[25].

Se dunque il 23 aprile Conte non dovesse sconfessare l’accordo davanti ai suoi omologhi, il MES diventerebbe una delle opzioni ufficiali scelte dell'eurozona per contrastare la crisi economica causata dal Covid: e i paesi del nord, come l’Olanda e la Germania, potrebbero dire facilmente a un’Italia che richiedesse aiuti che la strada da seguire è quella di chiedere un prestito al MES (o strumenti analoghi).

Pertanto quello che bisogna capire è se l’Italia ha altre strade: se non ce le ha, il ricorso al MES, ossia l’attivazione vera e propria, diventerebbe inevitabile.

Conte e i partiti della sua maggioranza hanno attaccato pesantemente l’opposizione, che rinfacciava al governo una debacle totale e prospettava la svendita dell’Italia al MES. Ma se è vero che questa svendita al momento è solo ipotetica, è anche vero che, da un lato, alla prova dei fatti, il governo non ha dimostrato di riuscire a contrastare l’affermazione di meccanismi che imporrebbero pesanti condizionalità; e dall'altro non pare avere una strategia coerente.

Conte ha detto che il MES è stato richiesto da altri paesi[26] (sarebbe interessante capire quali), lasciando forse intendere che l’Italia non si sia opposta per fare un piacere a questi. O forse – è lecito presumere – Conte si sta muovendo di nuovo all'interno di una riedizione di quella “logica di pacchetto” che aveva teorizzato nelle discussioni della precedente riforma del MES[27]: in pratica concedere il MES per ottenere gli eurobond.

Se c’è una cosa chiara, in effetti, è che l’Italia vuole gli eurobond: ma se questo è – come appare – l’unico cavallo su cui vuole puntare il premier le cose non si mettono bene.

Innanzitutto gli sforzi di Gualtieri di rivendicare un punto segnato in questa direzione[28] non convincono. Il ministro delle finanze olandesi Hoekstra, a proposito dell’accordo raggiunto dall'eurogruppo, ha infatti precisato[29]: «C’è questo testo deliberatamente vago sugli 'strumenti finanziari innovativi': ciascuno può leggervi quello che vuole. Ma penso che sia anche importante non illudersi: anche con intenzioni ottimistiche, non si può leggere nulla che sia legato alla mutualizzazione del debito qui».

Al momento quindi sugli eurobond non c’è nulla di certo, eccetto che suscitano una fortissima opposizione da parte dei paesi del nord[30]. Non si sa chi dovrebbe garantirli, da chi dovrebbero essere emessi, quale impatto avrebbero sul rischio dei titoli degli stati, chi gestirebbe i capitali raccolti, con quali criteri e in quali quantità: insomma non c’è nulla. E se anche ci fosse, ci vorrebbero probabilmente mesi e mesi per arrivare all'accordo finale: tempo che l’Italia non ha a disposizione e che gli altri paesi hanno già utilizzato per predisporre massicci interventi[31].

Inoltre il presidente del Bundestag tedesco Wolfgang Schaeuble ha spiegato che per la Germania l’approvazione degli eurobond è giuridicamente impossibile[32]: «Abbiamo dei trattati europei che mettono dei limiti molto precisi, e abbiamo una corte costituzionale che ha detto in modo molto chiaro cosa è possibile nella nostra costituzione [ossia la costituzione tedesca, ndr] e cosa no».

Tutto questo senza contare che il 5 maggio la corte tedesca di Karlsruhe si esprime proprio sulla legittimità per la costituzione tedesca dei programmi della BCE di acquisti di titoli di stato, con scenari imprevedibili[33] che però difficilmente potranno aprirsi favorevolmente ad ipotesi di mutualizzazione dei debiti.

Ma soprattutto il dibattito sugli eurobond è vecchio di dieci anni e non ha mai portato fortuna a chi ha voluto incaponirsi su questa bandiera.

Nell'ansia di attaccare Salvini e Meloni, Conte ha tirato fuori la storia della nascita del MES e l’allora ministro delle finanze, Giulio Tremonti, si è sentito in dovere di replicare[34]: al che anche quelli che non se lo ricordavano più hanno saputo che l’adesione al MES, in quella che era la prospettiva pubblicamente dichiarata allora dallo stesso Tremonti, doveva servire come controparte per ottenere… gli eurobond!

Gli eurobond naturalmente non si fecero mai, il MES sì e Tremonti finì per giudicare inaccettabile un simile compromesso, che venne invece ratificato da Pd e PdL nel 2012[35].

Insomma, ricapitoliamo come stanno le cose, perché potreste esservi persi.

Negli ultimi 10 anni Berlusconi e la sinistra che gravita attorno al PD (compreso Renzi[36]) hanno sostenuto dichiaratamente il MES. La Lega, FdI, il M5S e Liberi e Uguali sono invece contrari: eppure colui che fu il premier del governo del cambiamento e che è ancora premier di un governo a maggioranza 5 stelle, Giuseppe Conte, ha continuato a spingere per soluzioni che contemplassero il MES in varie forme senza coinvolgere troppo il Parlamento e a prezzo di continue frizioni.

Da ultimo si è convinto a cambiare linea, continuando però a sostenere il suo ministro delle finanze (relatore a livello europeo del progetto di decisione che 9 anni fa ha istituito il MES), che ha preso accordi per contemplare il MES tra le risposte alla crisi. MES che, dovremmo credere, l’Italia non attiverà perché dovrebbe avvalersi al suo posto degli eurobond, ossia un progetto che:
  • non è menzionato da nessuna parte,
  • è estremamente complesso (e secondi alcuni di efficacia dubbia[37]),
  • è contro la volontà della maggioranza politica e la costituzione del principale paese rigorista in Europa,
  • è stato proposto in passato, senza portare all'Italia altro che la ratifica proprio del MES.

Tutto questo senza volere dare credito a certi insistenti retroscena, secondo i quali gli stessi partiti della maggioranza di Conte darebbero il progetto eurobond per fallito in partenza[38].

La morale della favola – inutile girarci attorno – è che, fosse per Conte e il PD (e Renzi), molto probabilmente l’Italia aderirebbe al MES, senza per altro ottenere nulla in cambio.

Dunque siamo appesi ai 5 stelle, ossia a una forza che teoricamente alle elezioni si era impegnata «per lo smantellamento del MES»[39]: peccato però che storicamente non abbiano avuto molta “fortuna” (per così dire), quando si è trattato di doversi opporre concretamente a quel tipo di integrazione europea che deprecavano a parole e/o alle forze politiche che in Italia la sostengono.
Infatti:
  1. nel 2013, dopo aver terremotato la politica italiana con oltre il 25% dei voti alla Camera[40], hanno rifiutato di andare al governo, permettendo così la formazione di una maggioranza di larghe intese (dal PD al centro di Monti, fino ai responsabili di Alfano)[41] che per 5 anni, mentre il movimento raccoglieva addirittura firme per un referendum sulla permanenza nell'euro[42], ha sostenuto governi non certo ostili all'UE;
  2. nel 2017 al Parlamento europeo hanno tentato di abbandonare il gruppo di Farage per entrare nell'ALDE del turbo-europeista Guy Verhofstadt[43], senza essere per altro accettati[44];
  3. nel luglio 2019 hanno contribuito all'elezione di David Sassoli (PD) a presidente del parlamento europeo[45];
  4. sono stati addirittura decisivi nell'elezione di Ursula Von Der Leyen (CDU, il partito di Angela Merkel) a presidente della commissione europea[46];
  5. ad agosto sono stati abbandonati da Salvini[47], ponendo così fine a quel “governo del cambiamento” durato appena un anno (e senza entrare nell'argomento diciamo che quando i matrimoni finiscono le colpe sono di entrambi);
  6. a settembre, dopo aver assicurato: “mai col partito di Bibbiano”[48], si sono alleati con il PD, resuscitando, come abbiamo visto, la parte più filo-europeista della politica italiana;
  7. subito, nonostante qualche frizione[49], hanno lasciato a Paolo Gentiloni (PD) la nomina a commissario europeo per l’economia[50].

A questo punto, che dire?

Chi teme per i pericoli di un prestito europeo con condizionalità non può che sperare che il M5S dimostri quel pizzico di coraggio in più che, forse, fino a questo momento è mancato.

D’altra parte, se davvero il MES risulta indigesto e gli alleati non offrono sufficienti garanzie, sarebbe possibile fare il gesto politico di votare la mozione di sfiducia a Gualtieri che Salvini ha annunciato[51]. Ancora più risolutiva, e senza rischi per il governo, sarebbe la proposta di legge costituzionale per abolire il recepimento del MES proposta da Molinari e Cestari (Lega)[52], magari facendo pressioni sul presidente della camera Fico (M5S) per accelerare le valutazioni che al momento stanno impedendo di calendarizzare la riforma[53].

Insomma, pare che non manchino le sponde nell'opposizione e anche all'interno della stessa sinistra di governo (ho già ricordato la posizione di Liberi e Uguali). Sarebbe anche possibile, semplicemente, far venire Conte in aula (ha già detto che verrà e la legge lo impone) e far votare al Parlamento un atto di indirizzo che lo impegni a escludere il MES (i numeri, come ho spiegato, ci sono tutti). Questo non solo non metterebbe in discussione quel premier che i 5 stelle hanno voluto a tutti i costi per due governi consecutivi, ma anzi, a ben vedere, gli darebbe più forza negoziale, avendo escluso il ricorso al MES, per insistere sugli eurobond (posto che ci si creda ancora) o, ancora meglio, per cambiare strategia e lasciare il tavolo.

Se invece Crimi e i suoi metteranno avanti la stabilità di governo (dire “la poltrona” sarebbe grillino) e vorranno far finta di credere, ancora una volta dopo dieci anni, che lasciando il MES come opzione disponibile, non avremo il MES, la Germania e l’Olanda si commuoveranno e otterremo finalmente gli agognati (e inutili) eurobond, condanneranno non solo se stessi al giudizio impietoso degli elettori e della storia, ma condanneranno anche il paese intero.


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